Era un manager dell’acciaio, ma aveva una passione per i sali d’argento. Era un campione di sci nautico, ma ha trascinato la fotografia sulle onde del successo.

Lanfranco Colombo ci ha lasciati, oggi a Genova, dopo 91 anni di vita molto vissuta, e lo ha fatto di sicuro malvolentieri. Voleva fare ancora un sacco di cose.

Come se non ne avesse fatte già un’infinità. Editore, gallerista, critico, curatore, organizzatore. Il suo nome in tutto il mondo è tutt’uno con Il Diaframma, la prima galleria privata al mondo interamente dedicata alla fotografia, che aprì il 13 aprile del 1967, con una mostra di Paolo Monti, in poche stanze in affitto di un palazzo in via Brera 10, a Milano.

Henri Cartier-Bresson, incontrato in un convegno di Gens d’Images in Francia, gli aveva detto: “Se trovassi un uomo intelligente che aprisse una galleria privata dedicata esclusivamente alla fotografia, non mi importa dove, io sarei un uomo felice”, e Lanfranco lo rese felice.

“Una stanza rotonda, un ammezzato, una cantina” così la descrisse Arturo Carlo Quintavalle, “nella stanza a pianterreno ci stanno quaranta, cinquanta immagini di formato medio o piccolo, non si paga per esporre, i soldi ce li mette tutti Colombo o riesce a farseli dare da amici e sponsor”.

E il suo segreto fu scegliere di non scegliere. Ce l’aveva, una fotografa del cuore, amava il bianco e nero e il reportage, ma volle mostrare tutto, e di tutto, e di tutti.

Ed è perfino inutile, qui, fare la lista: dite un nome, quasi certamente c’era. In realtà, scelse eccome: scelse la fotografia, arte dalle mille forme e dai mille linguaggi. Un solo criterio, quel che gli pareva essere il meglio. Raramente sbagliava.

Girava il mondo per la sua impresa siderurgica, il gruppo Riva, e per le gare sportive, ma nel tempo libero fotografava, e guardava fotografie. La fotografia come amante. Luigi Crocenzi il suo primo incontro importante, Ex Oriente il suo primo libro importante.

Ma la sua vocazione era far vedere le foto degli altri. Aprì la sezione culturale del Sicof, il salone internazionale della fotografia, fondò Popular Photography Italia, che poi prese nome Il Diaframma. Quarant’anni sulla scena (Il Diaframma chiuse nel ’95, ma Colombo no). Centnaia di mostre, volumi, pubblicazioni.

“Dedicarmi alla fotografia è stato investire emozioni e denaro non attendendo ritorni”, ha scritto in un volume autobiografico, “un modo sicuro di leggere le persone, quindi la vita. Investire un patrimonio per darlo, ed essere felice”.

Qualche anno fa andai a trovarlo, nella sua casa di Genova, in un palazzo abbarbicato su strade ripide, affaticato, affaticantesi ancora di più, felice in mezzo a un mare di libri, senza smettere un minuto di cinguettare complimenti affettuosi a sua moglie, Giuliana Traverso, grande fotografa anche lei.

Parlammo, e di cosa, di fotografia. Volevo che mi parlasse di lui, mi parlò di Fosco Maraini, di cui aveva aiutato a curare una mostra che lo entusiasmava.

Tanti gli devono molto. Ebbe molti amici, qualche fraterno avversario… Ando Gilardi gli giocò un tiro mancino, Lanfranco lo ricordava bene, mi disse che erano cose ormai passate.

Aveva altri progetti, voleva fare molte cose. L’ultima, un festival a Sestri Levante: esiste, si chiama Penisola di Luce.

Selezionò fotografie per lettori che ancora non c’erano. Allora fece nascere e allevò quei lettori. Un grande mediatore. A lungo ache un dominus, come era inevitabile. Ma alla fine, ci guadagnò la cultura della fotografia.

 

Pubblicato su Fotocrazia

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