Roma

Roma

Local Manager Paola Pulieri, Gianluca Colozza, Bendeck Alejandro, Dino Presciutti

Roma, capitale dell’Italia, è una grande città cosmopolita con una storia artistica, architettonica e culturale che ha influenzato tutto il mondo e che risale a quasi 3000 anni fa. Le antiche rovine come il Foro e il Colosseo testimoniano la potenza dell’antico Impero romano. Nella Città del Vaticano, sede della Chiesa Cattolica, si trovano la Basilica di San Pietro e i Musei Vaticani, che ospitano capolavori come la Cappella Sistina affrescata da Michelangelo.

Storia

La città di Roma ha origine sul colle Palatino, dove nel X secolo a.C. si erano stabiliti alcuni gruppi di pastori e contadini appartenenti alle tribù dei Latini.

Ai piedi del colle, nel luogo chiamato Isola Tiberina, il fiume Tevere era facilmente attraversabile e questo aveva favorito i commerci e lo scambio fra le gentes della zona, fra le quali c’erano anche gli Etruschi.

I villaggi si ingrandirono, le culture latine, sabine e etrusche si fusero, ed ebbe origine la città di Roma.

Le prime notizie documentate sono databili intorno al 500 a.C. nel momento in cui c’è il passaggio fra monarchia e repubblica.

In un miscuglio fra storia e leggenda, alcuni fra i sette re della città probabilmente furono lucumoni etruschi.

Gli Etruschi furono gli ispiratori di numerose innovazioni che poi i Romani avrebbero portato in tutto il mondo.

Nei secoli successivi Roma conquistò l’intera Italia peninsulare e in seguito, combattendo contro i Cartaginesi nelle guerre puniche (dal 246 al 146 a.C.) espanse i propri confini su tutti i territori affacciati sul Mar Mediterraneo. Per questo motivo i Romani chiamarono il Mediterraneo Mare nostrum.

La Repubblica, retta da consoli, senatori e successivamente anche dai tribuni della plebe, garantiva una sostanziale democrazia fra patrizi (di gens antica e nobile) e plebei (il popolo).

Gli schiavi, spesso prigionieri di guerra, non avevano nessun diritto, ma se godevano della fiducia dei loro padroni spesso venivano ricompensati con la libertà. In quel caso si chiamavano liberti.


Dopo aver sconfitto Cartagine, Roma era diventata la capitale di un territorio vastissimo.

I Governatori romani amministravano i paesi conquistati concedendo ai popoli libertà di professare la fede religiosa e le proprie tradizioni, pretendevano invece il pagamento di tasse in denaro e lo stanziamento di merci, uomini e navi in caso di guerra.

Per facilitare gli scambi fra le varie province fu creata una fitta rete stradale e vennero costruiti ponti e magnifici acquedotti. Furono edificati anche anfiteatri e terme pubbliche, i cui resti sono ancora oggi osservabili in tutti i territori dell’Impero.

Alcuni dei condottieri artefici delle valorose vittorie militari, riuscirono ad ottenere sempre maggiori consensi da parte della popolazione romana fino a farsi eleggere a capo della città.

Fu il caso di Giulio Cesare. Il Senato poteva infatti nominare un’unica persona che assumeva tutti i poteri del governo, ma la carica non doveva durare più di sei mesi.

Cesare, molto amato dal popolo e dai soldati, si proclamò dittatore a vita. Governò saggiamente, distribuì terre ai plebei e ridusse il numero degli schiavi, ebbe però molti nemici fra i nobili, i quali lo uccisero in un agguato nel 44 a.C.

Fu sostituito dal figlio adottivo Ottaviano, che fu chiamato Augusto e divenne il primo Imperatore di Roma.

Augusto continuò la politica di Cesare, migliorò le condizioni di vita del popolo e fece realizzare molte opere pubbliche che ancora oggi possiamo ammirare nella città.


Nel II secolo d.C., grazie anche al Cristianesimo che ne aveva fatto la propria sede, Roma richiamava genti da tutto il mondo e contava più di 1 milione di abitanti, cifra eccezionale per quel periodo storico.

Nel 313 l’imperatore Costantino concesse la libertà di culto ai Cristiani e nel 381 Teodosio riconobbe il Cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero Romano.

Controllare le numerose province non era però cosa facile e nel IV secolo d.C., l’Impero cominciò a manifestare segni di debolezza e fu diviso in due parti: l’Impero Romano d’Occidente, con capitale Roma e l’Impero Romano d’Oriente, con capitale Costantinopoli. Entrambi con due rispettivi imperatori.

In seguito le popolazioni nomadi che vivevano oltre i confini dell’Impero riuscirono ad entrare in Italia e a saccheggiare Roma. Furono i Visigoti, gli Unni e i Vandali.

Nel 476 d.C. l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo, decadde e l’impero si divise in tanti stati.

Iniziò così il periodo medioevale che fu caratterizzato da frequenti invasioni da parte di Goti, Longobardi e Saraceni.

La città si spopolò, ma rimase di importanza strategica per la presenza del papa, tanto che nell’800 d.C. Carlo Magno scese a Roma per farsi incoronare imperatore dal papa Leone III.

Nacque così il Sacro Romano Impero che insieme al Papato fu la massima autorità politica e morale del Medioevo.

Nello stesso periodo cominciarono ad affermarsi i Comuni, che aspiravano a governare autonomamente svincolandosi dalle autorità imperiali e papali.

Roma si costituì libero Comune nel 1144.


Nel 1309 con l’elezione di Clemente V, arcivescovo di Bordeaux, il Papato si traferì in Francia ad Avignone, e lì, sotto la protezione dei re francesi, rimase per 70 anni.

Roma andò incontro a un lungo periodo di crisi economica e politica.


Il risveglio di arti e cultura avvenne solo alla fine del 1400, quando artisti e architetti vennero chiamati nella Roma dei Papi che aspiravano a una città ideale simbolo della cultura umanistica e rinascimentale.

Raffaello, Michelangelo e Bramante cominciano a dare alla città l’aspetto attuale.

Nel Seicento nasce il Barocco, un nuovo stile artistico imponente e fastoso. Roma si arricchisce di piazze, fontane e chiese, ad opera soprattutto di Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini.


Durante il Risorgimento il potere del papa e i possedimenti dello Stato Pontificio si ridussero, crebbero sentimenti anticlericali e nel 1870 con la Breccia di Porta Pia, i Francesi che proteggevano il papato furono cacciati dalla città e questa fu annessa al Regno d’Italia diventandone la capitale.

Nel 1922, dopo l’episodio della Marcia su Roma da parte di militanti appartenenti al regime fascista, il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di creare un nuovo governo. Fu instaurata una dittatura che ebbe il suo quartiere generale a Palazzo Venezia nell’omonima piazza romana.

I rapporti fra Stato e Chiesa vennero regolati dai Patti Lateranensi dell’11 Febbraio 1929. I Patti furono firmati da Mussolini e dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri.

I poteri erano definitivamente divisi e nacque lo Stato della Città del Vaticano.

Dopo la II Guerra Mondiale in seguito ad un referendum ci fu il passaggio da Monarchia a Repubblica e Roma divenne la sede del Parlamento Italiano.

Il 1° Gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione Italiana, l’insieme delle leggi che regolano la Repubblica d’Italia.

Stemma


Lo stemma della città di Roma è costituito da uno scudo gotico di color porpora su cui è presente in alto a sinistra (destra araldica) una croce greca seguita dal motto S.P.Q.R. posto in diagonale a scalare, entrambi gli elementi sono di color oro, lo scudo è timbrato da una corona di otto fioroni d’oro, cinque dei quali visibili.

In ragione della sua storia millenaria a Roma sono associati diversi simboli.

La Lupa capitolina, è il simbolo della città di Roma, legato alla tradizione e alla mitologia romana, secondo le quali il fondatore di Roma, Romolo, sarebbe stato allattato, insieme al gemello Remo proprio da questo animale. È in numerosissime statue e immagini raffigurata mentre allatta i due gemelli.
Il Colosseo, antico anfiteatro romano costruito dagli imperatori della dinastia Flavia, è sicuramente uno dei più importanti e dei più noti; ovunque nel mondo viene immediatamente collegato alla città e alla sua storia plurimillenaria.
Sono legati alla simbologia romana anche numerosi simboli della cristianità.
È conosciuto il famoso acronimo S.P.Q.R. che richiama l’età antica e l’unità tra il Senato e la popolazione (il significato è, infatti, “Il Senato Ed il Popolo Romano”). Quest’acronimo è presente anche nell’attuale stemma della città.
Prima degli odierni simboli araldici esistevano le seguenti raffigurazioni:

A rappresentare l’Urbe c’era la dea Roma, una donna bellissima che troviamo scolpita, tra l’altro, sul Vittoriano. Nel medioevo sulle monete e sul gonfalone la città era personifica assisa in trono quale regina del mondo (Roma caput mundi); il leone veniva usato, sempre in epoca medievale e sulle monete, quale simbolo del popolo romano.
Oltre alla città anche i rioni avevano già in epoca medioevale ciascuno il proprio stemma. Con una deliberazione comunale del 1921 fu istituito anche il rione moderno chiamato Prati – l’ultimo ad essere istituito ed uno dei tre, insieme al rione Borgo e al rione Trastevere, a trovarsi al di fuori delle mura aureliane – al quale fu concesso uno stemma creato per l’occasione.

Curiosità

La cosa bella di Roma, però, è che può essere visitata in decine di modi diversi, tutti ugualmente interessanti per le diverse sensibilità degli avventori.

Lo sapevi che Giulio Cesare fu assassinato al Largo di Torre Argentina? E che a Roma ci sono i Nasoni, le statue parlanti e pure una porta magica? A Roma tutto è un mistero.

Cosa c’è in un nome
Nonostante l’origine della parola Roma sia ancora più vicina alla leggenda che alla realtà, i due linguisti Bruno Migliorini e Massimo Pittau hanno convenuto, in momenti diversi, che il nome della nostra Capitale derivi niente meno che dalla parola dell’etrusco arcaico ruma: mammella.

La mammella potrebbe essere il monte Palatino dove la città prese vita, ma più probabilmente si riferisce alla leggenda di Romolo e Remo (che venivano allattati dalla lupa). Questa etimologia però potrebbe essere connessa alla particolare posizione in cui Roma nacque secondo le notizie storiche, ovvero sulle rive del fiume Tevere –allora venerato come un dio- a ridosso dell’Isola Tiberina; qui, infatti, l’ansa del fiume descrive proprio la forma di una mammella. Tesi avvalorata dal fatto che, in questo preciso tratto, il Tevere veniva anticamente chiamato Rumon. 


Il serpente dell’Isola Tiberina
Ecco, partiamo proprio da qui: da quello che probabilmente fu il primo luogo di insediamento sul Tevere, uno dei posti più cari ai romani e ai loro primissimi antenati. Saprai già che l’Isola Tiberina fu consacrata all’arte medica (non a caso qui si trova l’ospedale Fatebenefratelli), ma forse non conosci la leggenda che vi sta dietro! 

La leggenda narra che l’isola fu artificialmente creata dai Romani intorno al 510 a.C., gettando pietre e covoni di grano nel fiume per cercare di facilitarne l’attraversamento. Circa due secoli dopo Roma fu colpita da una gravissima epidemia, e fu deciso che un’imbarcazione (ci hai fatto caso che l’Isola Tiberina sembra proprio una galea, l’imbarcazione del tempo? Si vede bene da Ponte Garibaldi!) avrebbe raggiunto Epidauro, in Grecia, per invocare il dio della medicina Esculapio. Una volta che i romani giunsero a destinazione, un serpente uscì dal tempio della divinità e si nascose dentro l’imbarcazione; quando quest’ultima tornò a Roma, il serpente balzò sull’Isola Tiberina e vi si stabilì. I romani interpretarono questa azione come la volontà del Dio Esculapio: l’isola sarebbe dovuta essere votata all’arte della medicina. E così fu!


Garanzie di quarant’anni
Dall’Isola Tiberina, attraversa Ponte Fabricio per tornare sulla “terraferma”. Ma aspetta! Lo sai che stai calpestando le pietre di uno dei ponti più antichi del mondo? Nonostante altri ponti romani siano stati fabbricati molti anni prima, il Ponte Fabricio è però il più antico in assoluto tra tutti quelli che non sono mai stati ricostruiti e che hanno mantenuto struttura e materiali originali. 

La cosa che però mi ha sconvolto è stata l’ennesima riprova di quanto i romani fossero abili e saggi. Dal momento che nell’antichità i ponti erano meno frequenti e meno stabili di quelli di oggi, l’amministrazione romana aveva bisogno di sicurezze: gli appaltatori del lavoro di costruzione dei ponti ne erano i garanti per ben 40 -quaranta!!- anni, trascorsi i quali potevano riscuotere la cauzione versata da loro in anticipo. Sicuramente, che il Ponte Fabricio sia rimasto intatto fino ai giorni nostri è un buonissimo segno, vero? Ma ci pensi, se anche oggi gli appaltatori restassero senza cauzione per 40 anni…

(Ah, altra piccola curiosità divertente sul ponte: sai che viene conosciuto anche come Ponte dei Quattro Capi? Il nome è dovuto alle statue di 4 teste sui lati del ponte: erano quelle dei quattro architetti incaricati della costruzione, che diedero scandalo per i loro continui litigi. Il buon vecchio Sisto V aspettò che terminassero il ponte e poi li fece giustiziare, e via! Le loro teste furono scolpite sul ponte come monito: non si guardano tra di loro, ma sono obbligate a condividere lo stesso spazio per l’eternità).

Le prediche…coatte
Subito dopo il ponte troverai una chiesetta di fronte a te: San Gregorio della Divina Pietà, ai tempi San Gregorio al Ponte Quattro Capi. Cos’avrà di speciale questa chiesa, ti chiederai? Beh, qui dal 1572 Papa Gregorio VIII impose agli ebrei confinati nell’adiacente ghetto di assistere –per di più al sabato!!- a delle prediche a loro rivolte per cercare di convertirli al Cristianesimo.

Queste prediche ebbero esiti davvero scarsissimi nonostante continuarono per quasi 3 secoli, e come risultato i romani conoscono questo luogo di culto come “chiesa delle prediche coatte”

La verità della Bocca della Verità
Camminando verso sud-est incontrerai dopo poco la Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, frequentatissima dai turisti perché conserva nel portico uno dei simboli di Roma: la celebre Bocca della Verità. Lo sappiamo tutti che le foto di rito sono quelle che ci ritraggono con la mano inserita nel foro che funge da bocca…ma continueremmo a farlo sapendo che questo mascherone di due metri di diametro era, in realtà, un chiusino di una cloaca? 

Però dai, non è questa l’unica ipotesi. Un’altra molto accreditata afferma che il mascherone fosse la copertura del pozzo sacro di Mercurio, dove i commercianti romani giuravano solennemente la propria onestà nelle compravendite. Forse è nata da qui l’idea –in cui i Romani credevano fortemente- che, se si dice una bugia mettendo la mano nella bocca, il mascherone smaschera il bugiardo e la mozza di netto!!

Aventino: merli verdi e melangoli
Non sei molto lontano da uno dei colli più suggestivi di Roma: l’Aventino. Salendo sulla cima del colle costeggiando il Roseto Comunale, sentirai a un certo punto un allegro arruffarsi di foglie tra le chiome degli alberi, e macchie di verde squillante svolazzare nel cielo: sono i merli verdi, gli uccelli che sembrano amare così tanto il colle Aventino! Sarà da loro che deriverà il nome stesso del colle (aves, “uccelli” in latino)?

Una volta in cima, non andare via senza esserti affacciato alla meravigliosa terrazza del Giardino degli Aranci, da cui la Cupola di San Pietro sembra un dipinto contro il cielo azzurro. Il nome originale del giardino è Parco Savelli, costruito nel 1932 per la famiglia omonima che si stabilì sul colle, ma tutto lo conoscono come Giardino degli Aranci per tutti gli alberi di arancio piantati nei rettangoli verdi del parco. Ecco, ho scoperto che non sono aranci, bensì melangoli, alberi delle arance amare. Certo è che Giardino dei Melangoli non sarebbe stato altrettanto poetico.

Crocifissioni senza croce
La prossima tappa del mio itinerario insolito di Roma è vicinissima: pochi passi ti separano dall’interessantissima Basilica paleocristiana di Santa Sabina. Visitala per qualche minuto, poi entra nel portico sulla sinistra: in fondo a destra troverai l’antico portone della basilica, da scrutare quadretto per quadretto per carpirne i segreti. La porta era un tempo composta da 28 riquadri; oggi se ne conservano solo 18 e quello più curioso e forse il primo a sinistra, nella fila in alto.

Si tratta di quella che viene riconosciuta come la prima raffigurazione mai esistita della Crocifissione di Gesù, anche se in realtà la croce…non c’è! Questo perché la morte in croce era riservata agli schiavi e quindi, per i primi tre secoli di Cristianesimo, la croce non fu mai utilizzata come simbolo religioso. Nel 313 l’Editto di Costantino stabilisce la libertà di culto, e quindi la scena della crocifissione inizia ad essere raffigurata. La formella della porta di Santa Sabina, scolpita nella prima metà del 400, rappresenta ancora una via di mezzo: crocifissione sì, ma senza croce!

Dal buco della serratura
Ok, questa curiosità forse non dovrebbe far parte di un itinerario insolito di Roma, visto che ormai ne sono tutti a conoscenza! Ma si tratta di una cosa troppo bella per essere tralasciata. E poi dai, ormai ci sei! Qualche centinaio di metri ancora e ti ritroverai al cancello della Villa del Priorato dei Cavalieri di Malta, che promette la più spettacolare vista sul Cupolone di San Pietro. Avvicinati (dopo aver atteso in fondo alla fila di visitatori che sicuramente troverai) e guarda direttamente dentro al buco della serratura: incorniciata dai filari dei Giardini dell’Ordine, la Cupola apparirà d’incanto, simmetrica e perfetta come solo una magia può essere!

Il quartiere-discarica
Una piacevole passeggiata in discesa lungo Via di Porta Lavernale ti porterà in Via Marmorata: sei entrato nel cuore di Testaccio, uno dei quartieri più veraci della città! Ma…ti sei mai chiesto da dove derivi il nome del rione? Il Monte Testaccio, detto anche Monte dei Cocci (testae, “cocci” in latino) è una montagnola artificiale alta 36 metri che ebbe origine come una vera e propria “discarica controllata”.

Ci troviamo infatti non molto lontano dall’antico porto fluviale Emporium, dove giungevano materiali e beni di consumi provenienti da mondi lontani. I vasi in terracotta adibiti al trasporto di alimenti –soprattutto olio- non erano rivestiti internamente di materiali protettivi, e quindi non potevano essere riutilizzati; venivano di conseguenza rotti, e i cocci erano accatastati ordinatamente l’uno sull’altro. E fu così che le testae di oltre 53 milioni di anfore inutilizzate formarono il colle che oggi dà il nome all’intero quartiere!

L’Angelo del Dolore
L’animo (fin troppo) sensibile che è in me si era già emozionato a vederlo in foto, e si è commosso quando è riuscito finalmente a vederlo di persona. Parlo dell’Angelo del Dolore, una scultura sconosciuta ai più ma tremendamente bella perché tremendamente evocativa. Il nostro itinerario insolito di Roma prosegue alla fine di via Marmorata presso Porta San Paolo, all’interno del Cimitero Acattolico dove sono sepolti personaggi illustri come Keats, Shelley e Gramsci.

Ma la tomba che spezza il cuore è quella di Emelyn Story, sepolta insieme al marito William e al figlio Joseph. Sulla tomba William, che era uno scultore statunitense, scolpì nel 1894 la statua dell’Angelo del Dolore, un angelo in marmo e pietra dai tratti delicatissimi e meraviglioso perché incredibilmente espressivo: accasciato e gemente sulla tomba, la sua disperazione e la sua impotenza sono totali ed è impossibile non parteciparvi. William morì poco dopo averlo terminato e l’Angelo è divenuto nel tempo uno dei monumenti funebri più apprezzati e riprodotti della storia.

Un po’ di Egitto a Roma
Adiacente allo stesso cimitero troverai una costruzione davvero particolare: semplicissima nella sua forme, eppure totalmente sorprendente per il semplice fatto di esistere; perché, dai, cosa diavolo ci fa una piramide a Roma??

Sì, perché la Piramide Cestia è come una piramide egizia vera e propria, e fa quasi impressione ammirarla da vicino! Fu costruita intorno al 12 a.C.; non molti anni prima (nel 30) Roma aveva colonizzato l’Egitto, e i cittadini romani rimasero molto affascinati dalla moda e dall’architettura egizie; uno di questi, il pretore Gaio Cestio Epulone, ne rimane così colpito da farsi costruire una piramide come tomba! La piramide di Gaio Cestio ha una forma leggermente diversa dalle classiche costruzioni egizie: essendo costruita in calcestruzzo (con rivestimento interno di mattoni ed esterno di marmo chiaro), ha una forma più snella e slanciata: è alta poco più di 36 metri e ha una base quadrata di circa 30 metri per lato. A quei tempi di piramidi ne esisteva un altro paio, ma fu la sua posizione a garantire a questa piramide una certa longevità e la possibilità di arrivare fino ai giorni nostri: si trova, infatti, sul tracciato delle Mura Aureliane, nelle quali venne poi inglobata come baluardo difensivo.

Ma la cosa che mi ha fatto proprio sorridere non è stata tanto la piramide in sé –che comunque sì, è piuttosto singolare- oppure le tante altre curiosità che la caratterizzano, ma il tempo impiegato per la sua costruzione. Prima della sua morte, Gaio Cestio chiese espressamente nel suo testamento che la piramide, che sarebbe diventata il suo sepolcro, avrebbe dovuto essere costruita entro e non oltre 330 giorni, pena la perdita della notevole eredità. Non stento a credere che gli ereditieri si affrettano a far costruire la piramide entro i tempi: a quanto pare, la piramide fu terminata addirittura con qualche giorno d’anticipo!

Le altane di Roma
Le altane sono costruzioni particolari che esistono sicuramente in altre città d’Italia, ma che a Roma acquistano una particolare connotazione anche grazie al loro elevato numero. Presero piede nel periodo del ritorno dei papi da Avignone, quando una certa tranquillità si ristabilisce in città e la nuova aristocrazia, proveniente da famiglie cardinalizie e papali, ha voglia di osservare e di farsi guardare, e inizia quindi ad aprire terrazze e ad allargare le finestre. Al contempo le torri, nonostante inizino a perdere la loro funzione difensiva, rimangono sempre un’affermazione di potenza e superiorità: perché rinunciarvi? Ecco che quindi nascono le altane, esattamente a metà strada: torrette terrazzate e finestrate sui tetti delle case.

Ti basterà alzare lo sguardo in qualsiasi quartiere del centro, oppure scrutare l’orizzonte da un qualsiasi punto panoramico, per avvistarne molte. Molti palazzi famosi ne hanno: Palazzo Chigi ne ha due e il Palazzo del Parlamento quattro, per esempio. Belle e caratteristiche sono le due altane-torrette di Villa Medici nel Rione Campo Marzio, ma quella che probabilmente è la più famosa è l’altana-torre del Palazzo del Quirinale, costruita da Martino Longhi e chiamata “il Belvedere”. Per raggiungere il Quirinale da Piramide, dove ti trovavi prima, puoi prendere la metro fino a Colosseo o Cavour e poi proseguire con una passeggiata di circa un quarto d’ora.

Monetine porta-fortuna
Dal Quirinale, una brevissima passeggiata in discesa lungo Via della Dataria e poi Via di S. Vincenzo ti porterà di fronte a uno dei simboli più conosciuti, amati e “vissuti” di Roma: la Fontana di Trevi. Ma non tutti –perlomeno fuori Roma- sanno che non si tratta proprio di una fontana…bensì di una mostra! Una mostra è una fontana dove si raccolgono le acque di un acquedotto, e rappresenta quindi la parte finale dell’acquedotto stesso; si chiama così perché si trattava non solo di una fonte, ma di un vero e proprio monumento che mostrava la grande disponibilità d’acqua dell’Antica Roma (ancora oggi Roma è una delle città con una maggiore concentrazione di fontane al mondo), accrescendo così la potenza e il lustro della città. Un’altra mostra famosissima a Roma è, ad esempio, la Fontana dell’Acqua Paola (meglio conosciuta come Fontanone del Gianicolo).

La Fontana di Trevi è la mostra dell’Acquedotto dell’Acqua Vergine, realizzato nel 19 a.C. (è ad oggi l’unico ancora funzionante a Roma), e deve il suo nome al fatto che si trovasse all’intersezione di tre vie. Ai tempi veniva usata dai passanti per bere, rinfrescarsi o lavare i panni, mentre oggi è famosissima grazie a Fellini e al suo La Dolce Vita, ma anche per la storia delle monetine. Ma qual è l’origine di questo gesto? Nessuno lo sa, anche se forse deriva dall’antica tradizione di gettare piccoli doni nei pozzi per propiziarsi le varie divinità del posto. Quel che è certo, comunque, è che se lanci una monetina nell’acqua a occhi chiusi e voltando le spalle alla fontana, ti augurerai un ritorno nella Città Eterna! Già da oltre un decennio le monetine vengono recuperate e donate alla Caritas…pare che ammontino a circa 3.000 euro al giorno! Anni e anni fa, invece, le ragazze facevano bere un bicchiere d’acqua al proprio fidanzato in partenza e poi gettavano il bicchiere a terra augurandosi che il fidanzato tornasse a casa e le fosse sempre fedele.

Illusioni ottiche in chiesa
Cinque minuti di passeggiata nelle caratteristiche vie del cuore di Roma ti porteranno alla Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, una delle mie preferite tra quelle visitate perché davvero particolare. Perché mai, dirai tu? La chiesa, costruita in stile barocco e dedicata al fondatore dell’Ordine dei Gesuiti, fu allargata a partire dal 1620, quando era ormai troppo piccola per svolgere la sua funzione; i lavori procedevano bene, ma poi i fondi terminarono, e il progetto per la cupola non venne mai realizzato.

Eppure, se cammini lungo la navata centrale e guardi verso l’alto in prossimità del disco di marmo arancione sul pavimento, la cupola sarà perfetta sopra di te, così ben fatta e reale, dal diametro di ben 17 metri! Spostati indietro, oppure a destra e sinistra, e l’illusione ottica svanirà: si tratta, infatti, di un dipinto dell’artista gesuita Andrea Pozzo, che ha la funzione di donare quella cupola –seppur finta- che la chiesa non ha mai avuto. Un’arditezza prospettica niente male, che a me ha lasciato a bocca aperta e col sorriso!

Gli obelischi di Roma
Il nostro itinerario insolito di Roma prosegue alla scoperta degli obelischi, il simbolo che più ci dimostra quanto la nostra Capitale sia la sintesi del mondo antico. Pensa che Roma è la città che conserva il maggior numero di obelischi al mondo! Molti sono originali e vennero trasportati a Roma durante il periodo di Augusto, quando l’Egitto venne conquistato dall’Impero.

Grazie all’intuizione del Papa-urbanista Sisto V, che impose una gigantesca opera di spostamento degli obelischi (molti dei quali precedentemente abbellivano il Circo Massimo e altri teatri da corsa), oggi queste particolari sculture che ci ricordano epoche lontane e studiate nei libri di storia ci indicano quelli che erano i più importanti punti nevralgici della comunità romana: le basiliche e le piazze. Tra gli obelischi antichi, i più belli sono l’Obelisco Vaticano (a San Pietro), il Lateranense (a San Giovanni in Laterano) e il Flaminio (a Piazza del Popolo). Poi ci sono obelischi in tante altre piazze importantissime di Roma (Quirinale, Montecitorio, Trinità dei Monti…), ma il mio preferito è l’Obelisco Agonale, una copia di quelli egizi originali costruita all’epoca di Domiziano. Nel 1651 Papa Innocenzo X lo fece portare dal Circo di Massenzio alla mia piazza preferita di Roma; recati quindi a Piazza Navona e ammira l’obelisco di 16,53 metri che sovrasta un vero e proprio capolavoro: la Fontana dei Quattro Fiumi che il Bernini costruì nel 1648.

Cesare e i gatti
Un’altra breve passeggiata ti porterà a Largo di Torre Argentina, una grande piazza dove confluiscono diverse vie, e uno dei luoghi che meno conoscevo, anche solo per sentito dire, di Roma. Eppure si tratta di uno degli scavi più interessanti della città, nel quale si trovano i resti di ben 4 templi, risalenti al periodo che va dal III secolo a.C. al quarto d.C. La vera cosa curiosa e incredibile, però, è che proprio qui Giulio Cesare, il grande padre dell’Impero Romano, fu pugnalato a morte il 15 marzo del 44 a.C.!

Oggi, il sito è apprezzato dai turisti di passaggio ma, soprattutto da coloro che ne hanno fatto la propria abitazione: un’intera colonia di gatti! Gatti che vengono curati e nutriti da un’associazione locale, e animali che i romani hanno sempre amato, addirittura anche adorato nell’antichità. Pare che nel secolo scorso, per un periodo, i gatti di Roma venissero alimentati a suon di trippa, ma che poi i fondi non bastarono più e anche l’alimentazione degli amati gatti si restrinse. È proprio da qui che deriva il modo di dire non c’è trippa per gatti!

Campo de’ Fiori
Caratteristica, romantica, popolare, allegra, vivace: Campo de’ Fiori è probabilmente una delle piazze più apprezzate di Roma, famosa per il suo mercato ortofrutticolo, il viavai di gente e le trattorie tipiche che ne adornano i contorni. Anche il suo nome è piacevole: pare che derivi dalla sua origine quando, nel ‘400, non era una piazza ma solo un campo pieno di margheritine e altri fiori spontanei. Ecco, con tutta questa allegria e questi colori, è difficile pensare che, un tempo, la piazza veniva utilizzata per le esecuzioni capitali!

La più famosa in assoluto fu quella nel 1600 di Giordano Bruno, la cui spettrale statua si trova ancora al centro della piazza, nell’esatto luogo in cui fino a qualche secolo fa si trovava il patibolo della Santa Inquisizione. Giordano Bruno era un frate filosofo le cui teorie –prima tra tutte, quella secondo cui fosse il sole, e non la Terra, a stare al centro dell’universo- furono considerate eretiche e inaccettabili per la Chiesa di allora. La statua venne qui eretta nel 1889 grazie all’idea di alcuni studenti universitari, che poi coinvolsero molti pensatori e artisti dell’epoca, e rappresenta il simbolo del libero pensiero, specialmente in opposizione a una chiesa troppo chiusa e tradizionalista.

18. Una prospettiva impossibile
L’ultima tappa del nostro itinerario insolito di Roma, ormai a poca distanza dal punto di partenza, è Palazzo Spada, alcune delle cui sale ospitano oggi il Consiglio di Stato. Ti consiglio vivamente di entrare nel cortile interno finemente decorato e, se hai tempo, all’interno dell’omonima Galleria per ammirare moltissime opere rinascimentali. La parte più curiosa, però, si trova nel secondo cortile interno (visitabile con il biglietto per la galleria, oppure visibile dal primo cortile attraverso un vetro): la celebre Prospettiva di Francesco Borromini.

È più che altro una prospettiva impossibile: un colonnato di 8,8 metri di lunghezza che, grazie a giochi prospettici e architettonici, sembra misurarne 35 circa! Borromini adottò alcune regole della prospettiva solida accelerata, come la confluenza dei due colonnati, il rimpicciolirsi delle colonne più lontane, il pavimento in leggera salita…e il risultato è davvero sorprendente! Pare che il Cardinale Spada, proprietario del palazzo, volle quest’opera per rappresentare quanto, nella vita mondana, terrena e lontana dal divino, i sensi possano essere ingannati dall’illusorietà della vita.

Leggende

COLOSSEO

Il termine “colosseo” non è da attribuire alla maestosità colossale della struttura, il cui nome originale era “Anfiteatro Flavio”, bensì alla maestosità di una statua che Nerone aveva fatto erigere, in sui onore, vicino all’anfiteatro stesso. Nel Medioevo, il Colosseo era ritenuto una porta per gli inferi dove gli spiriti degli schiavi e dei gladiatori morti sacrificati per il piacere degli imperatori vagavano (e tuttora vagherebbero) al giungere della notte incapaci di trovare il riposo eterno. Gli imperatori, tramite un gesto, decidevano le sorti dei combattenti: pollice in giù la morte, pollice in su la salvezza. La curiosità è che il pollice, in realtà, non veniva rivolto “verso il basso” ma verso la gola: questo gesto imitava il rituale con il quale veniva ucciso il perdente, ovvero trafiggendo il cuore con la spada dalla base della gola. All’interno del Colosseo, oltre ai tradizionali scontri con gladiatori ed animali feroci, venivano organizzate anche le “naumachie”: tutta l’arena veniva riempita d’acqua e vi si svolgevano delle vere e proprie battaglie navali simulate.

LA PIETRA DEL DIAVOLO

Entrando nella basilica di Santa Sabina a piazza Pietro d’Illiria, al centro del colle Aventino, subito dietro l’osservatore, nell’angolo sinistro della basilica c’è una piccola colonnina tortile. Sopra di essa, di vede una pietra nera tondeggiante, con grosse incisioni, dei buchi, come di un enorme artiglio…ecco a voi la “lapis diaboli”. Si narra che il diavolo, a San Sabina, tentò più volte San Domenico che, in estasi, pregava all’ingresso della chiesa ma, incapace di indurlo al peccato, seccato, gli scagliò contro un pesante blocco di basalto nero senza, peraltro, ferirlo. Sulla pietra sono ancora visibili i segni delle dita incandescenti del demonio.

LA BOCCA DELLA VERITA’

Il celebre mascherone di marmo è conosciuto in tutto il mondo per la leggenda, secondo cui, se si giura il falso tenendo la mano nella bocca del mascherone, questa verrebbe tranciata in un solo colpo. E’ una leggenda che, ormai, tutti conoscono ma forse non sapete che, nel Medioevo, la mano di chi raccontava troppe bugie, veniva realmente tagliata da un boia strategicamente posizionato dietro il mascherone! In particolare, si racconta, che al giudizio della bocca della verità fu sottoposta una nobildonna accusata d’adulterio dal marito. Accadde che mentre ella avvicinava tra due ali di folla al mascherone di pietra, d’improvviso un ragazzo le si lanciò contro baciandola caldamente. Di fronte all’indignazione generale, lui si giustificò dicendo di non aver resistito dal porgere cristianamente un tributo ad una povera fanciulla sicuramente innocente; la donna, dal canto suo, infilata la mano nella fessura della roccia, dichiarò: “Giuro che nessun uomo, tranne mio marito ed il giovane che or ora mi ha baciato, mi ha mai toccato!”. Riconosciuta innocente per aver avuto la mano salva venne quindi scagionata. Furbezza e malizia della donna romana che davanti a tutti era stata baciata dal suo amante!

LA LEGGENDA DELLA FORNARINA

All’inizio del 1500 il giovane Raffaello Sanzio era stato incaricato di affrescare la villa di Agostino Chigi a via della Lungara (zona Trastevere), quella che oggi è nota come “Villa Farnesina”. Da quel periodo in poi, nei vari dipinti e affreschi che Raffaello produce, la figura femminile è rappresentata sempre nello stesso modo. Si vedano ad esempio la “Madonna Sistina” (Dresda, Gemaldegalerie), la “Donna velata” e la “Madonna della seggiola” (Firenze, Palazzo Pitti). Una romantica leggenda romana dà una spiegazione a questo fatto: si racconta infatti che Raffaello, durante una pausa nei lavori di Villa Farnesina, si trovasse lì vicino, a via di S. Dorotea e, volgendo lo sguardo verso l’alto, notasse una bellissima ragazza affacciata ad una finestra, intenta a pettinarsi i capelli. Egli, vedendola, se ne innamorò, e da quel momento in poi pretese sempre quella ragazza come modella per le sue opere. La ragazza, che la tradizione vuole chiamata Margherita Luti, era la semplice figlia di un fornaio, e per questo era soprannominata da tutti “la fornarina”. Esiste un quadro molto famoso di Raffaello, recentemente restaurato, che si intitola appunto “la Fornarina”, ed è visibile a Roma presso la galleria Barberini. Il quadro nasconde molte informazioni intriganti. Ad esempio in questo dipinto, come in altri quadri simili, la Fornarina compare con un gioiello alquanto inconsueto per il tempo e per la sua collocazione, cioè una perla sulla fronte. Beh…Raffaello, come Michelangelo, come Leonardo, come pure faceva il Petrarca (il suo poeta preferito) nel campo della poesia, sta nascondendo il nome della sua amata…e lo sta collocando proprio sulla fronte…in latino infatti “perla” è “margarita”! L’identificazione con Margherita Luti trova ulteriore conferma in occasione della pubblicazione nel 1897 di un documento scoperto dallo studioso Antonio Valeri, che attestò, pochi mesi dopo la morte di Raffaello, il ritiro nel convento di Sant’Apollonia a Trastevere di Margherita Luti detta la Fornarina.

LA GRAVIDANZA DI NERONE

Si narra che Nerone volesse a tutti i costi partorire un figlio, tanto da minacciare di morte i migliore medici di Roma se non avessero provveduto ad ingravidarlo. Per evitare una brutta fine, i medici si misero d’accordo prepararono un beverone vagamente soporifero e lo fecero ingerire all’imperatore assieme ad una piccolissima rana. La bestiola, rimanendo viva ancora per un poco e movendosi all’interno della pancia di Nerone, gli diede una sensazione simile a quella delle gestanti in avanzata gravidanza. Coscienti tuttavia della brevissima durata del trucco i due medici non attesero di ricevere i ringraziamenti e fuggirono a gambe levate per non cadere vittima dell’ira dell’imperatore folle.

L’OBELISCO DI PIAZZA SAN PIETRO

Il grandioso obelisco (25 metri di altezza per 350 tonnellate di peso) proviene dall’antico Egitto e fu fatto trasportare a Roma nel 37 d.C da una nave che fu fatta costruire appositamente, per poi posizionarlo nel circo di Caligola. Nel 1586, Papa Sisto V con l’aiuto dell’architetto Domenico Fontana riuscì con fatica ad innalzarlo al centro della piazza . Il Fontana eresse una vasta e robusta impalcatura intorno al monolite ed un “castello” attorno a quella che sarebbe stata la finale collocazione. Il tutto con un ardito sistema di argani e carrucole. L’operazione si rivelò delicata e molto complessa, e andò avanti da aprile a settembre 1586, con l’impiego simultaneo di 44 argani, 900 operai e 140 cavalli. Nella previsione delle difficoltà e dei pericoli dell’impresa, l’architetto aveva ottenuto che nel corso dei lavori piazza S.Pietro fosse completamente sbarrata, e che alla folla di curiosi fosse vietato di emettere qualsivoglia rumore e di pronunciare anche una sola parola. La pena di morte attendeva i contravventori. Racconta un cronista dell’epoca che per rendere più efficace lo strano editto fu innalzata nella piazza una forca, presidiata dal carnefice e dai suoi aiutanti. Il 10 settembre 1586 arrivò il momento di issare l’obelisco sopra il basamento. Si era riusciti a porlo verticalmente e a sollevarlo sulla base, quando ad un tratto gli operai si accorsero che, a causa dell’attrito, le corde minacciavano di rompersi. L’obelisco arrestò la sua ascesa. L’architetto, sgomento, non sapeva che fare. Fu allora che si levò l’urlo di un uomo tra folla, incurante dell’editto del papa: «Acqua alle corde!!!». Era l’urlo di un capitano di nave, di nome Bresca che, data la sua lunga pratica con l’uso delle corde, sapeva che esse sotto l’azione dell’acqua si restringono resistendo meglio al cedimento. Grazie al suo consiglio l’obelisco potè essere raddrizzato completamente e l’opera fu compiuta. Bresca, invece di essere ucciso, fu chiamato davanti a Sisto V ed invitato a chiedere una grazia. L’uomo, originario di Sanremo, domandò di avere il privilegio, per sè, per la sua famiglia e per i suoi discendenti, di fornire al Vaticano le palme per la cerimonia della domenica delle Palme. Il monopolio fu accordato. Sarà anche una leggenda quella del capitano sanremese, ma è un fatto ormai assodato che il Vaticano tiene tuttora fede all’antico patto, per cui, ancora oggi, i discendenti del capitan Bresca sono i fornitori ufficiali delle tradizionali palme intrecciate (i cosiddetti “Parmureli”) per il Vaticano.

LE OCHE DEL CAMPIDOGLIO

Una delle leggende più famose è legata all’assedio di Roma da parte dei Galli. La vicenda si svolge sul Campidoglio, all’incirca verso il 390 a.C., là dove sorgeva il tempio di Giunone e dove si trovavano le oche sacre alla dea. I Romani, ormai sotto assedio da molti giorni iniziavano a soffrire la fame, per questo erano fortemente tentati di uccidere le oche che si aggiravano liberamente sul campidoglio, tuttavia non ne ebbero il coraggio, essendo queste consacrate alla dea. Una notte i galli tentarono un attacco notturno contro la rocca del Campidoglio, e stavano già scalando le mura quando con grandi strepiti le oche, ben sveglie, destarono il guardiano Marco Manlio. Allora Manlio chiamò i soldati romani, che combattendo con grande energia respinsero i Galli: così il Campidoglio fu liberato dal pericolo dei barbari, e Roma fu salvata dagli strepiti delle oche.

LA PAPESSA

Tra le figure nate dalla fervida fantasia popolare romana, quella della papessa Giovanna, identificata da alcuni con la Papessa dei Tarocchi, è una delle più celebri e singolari. Secondo la leggenda il vero nome della donna era Giovanna Angelica, una giovane tanto desiderosa di studiare che si vestì da maschio e seguì un monaco che partiva per l’Oriente. Ma il monaco morì e lei, intenzionata a non tornare alla grama vita riservata alle donne della sua epoca, decise di correre il rischio e vestì gli abiti monacali del maestro. Ben presto si distinse fra gli altri monaci per sapienza e cultura teologica, tanto che in occasione del conclave per l’elezione del nuovo pontefice la scelta cadde proprio su di lei, ritenuta un pio e sapiente monaco. Le fu assegnato per segretario un giovane prete, colto e raffinato. Costui, che per dovere d’ufficio le era sempre vicino, non tardò a scoprire il vero sesso del pontefice. La cosa rimase comunque un dolce segreto fra i due. Ma la verità venne fuori durante una processione quando accadde l’imprevedibile: giunto il corteo davanti alla chiesa di San Clemente la papessa, che era rimasta in cinta, fu colta dalle doglie e partorì per strada. A quel punto la folla inferocita linciò donna e neonato, l’una come usurpatrice, l’altro come frutto di oscena unione. Da quel giorno il Vaticano corse ai ripari, disponendo che i pontefici appena eletti, prima dell’investitura ufficiale, sedessero in successione su tre sedie dette “stercorarie”, che avevano sul sedile un taglio a forma di mezzaluna. La motivazione ufficiale era naturalmente teologica e “trinitaria”, ma in realtà lo scopo era altro: durante la cerimonia un cardinale era incaricato di inserire una mano nel taglio delle sedie per constatare senza ombra di dubbio il sesso del successore di Pietro. Delle tre sedie – che in realtà erano probabilmente sedie da parto, a significare la Chiesa madre di tutti i credenti – due sono ancora visibili: una è ai Musei Vaticani, l’altra al Louvre di Parigi.

I VERSI DI PASQUINO

Fra le leggende più colorite di Roma non mancano certo le statue parlanti: la più, famosa è Pasquino, divenuta celebre fra il XVI e il XIX secolo. La statua in realtà è quello che resta di una delle sculture del III secolo a.C. che decoravano lo Stadio di Domiziano (che sorgeva nel punto esatto e con la stessa forma di Piazza Navona), ha il volto danneggiato e non ha né braccia né gambe. Difficile stabilire quale personaggio rappresenti: molto probabilmente un eroe dell’antica Grecia: Menelao, Aiace, oppure Ercole. La statua fu ritrovata nel 1501 nella piazza in cui si trova ancora oggi (prima piazza di Parione e ora piazza Pasquino), durante i lavori di pavimentazione stradale e di ristrutturazione di palazzo Braschi. Fu il Cardinale Carafa, che si occupava della ristrutturazione, a insistere perché la statua fosse salvata nonostante molti la ritenessero di scarso valore; così la fece sistemare dove si trova ancora oggi, aggiungendo lo stemma della sua famiglia e un’iscrizione celebrativa. Ma perché la statua fu chiamata Pasquino? Secondo i numerosi racconti popolari questo nome potrebbe derivare da un artigiano del quartiere particolarmente bravo a comporre versi satirici, oppure un maestro di una vicina scuola, del quale gli alunni avevano notato la somiglianza con la statua, appendendo i primi foglietti di scherno; ma non è escluso che il nome sia stato ispirato da un personaggio di una novella di Boccaccio. Questa statua di così scarso valore riuscì a diventare così celebre, e allo stesso tempo odiata, per una serie di coincidenze, a Roma era un uso già consolidato, quello di affidare il malcontento del popolo alle statue. Nottetempo, cartelli con satire in versi che colpivano i personaggi pubblici più in vista, venivano appesi al collo delle statue nei punti più frequentati della città, in modo che al mattino potessero essere visti e letti da tutti, prima di essere rimossi dai tutori dell’ordine. Queste invettive pungenti vennero chiamate “Pasquinate”, proprio dal nome della statua che meglio manifestava il malcontento del popolo per la corruzione e gli abusi dei potenti. Ma non solo: gli stessi potenti molto spesso usarono Pasquino per diffondere maldicenze contro gli avversari politici: naturalmente retribuendo in maniera adeguata gli autoriLa stessa elezione del pontefice si combatteva a colpi di Pasquinate, che puntavano a ottenere il favore del popolo.I personaggi più in vista, bersagliati dalle satire, iniziarono ben presto a detestare la statua e le sue rime. Quelli presi di mira più di ogni altro erano i papi che iniziarono a pensare di eliminare la statua. Adriano VI, pontefice controverso, cercò di gettarla nel Tevere, ma fu fermato dai sui cardinali che lo misero in guardia contro le possibili ritorsioni del popolo romano a colpi di satira. Dopo di lui, ci provarono papa Sisto V e Clemente VIII, entrambi con scarso successo. Quando poi, Benedetto XIII decise di mettere delle guardie per sorvegliare nottetempo la statua, allora le pasquinate si moltiplicarono in maniera esponenziale, così lo stesso papa emanò un editto che prevedeva la pena di morte, la confisca e l’infamia per chi fosse stato sorpreso ad affiggerle. Fu così che col tempo Pasquino divenne il vero oppositore degli eccessi della Corte papale e le invettive andarono scemando solo con la fine del potere temporale dei papi, con la breccia di Porta Pia. Pasquino tornò a parlare più di rado: durante il fascismo, in occasione della visita di Hitler a Roma, sferrò una dura critica contro le ingenti spese per le pompose scenografie che erano state allestite per l’arrivo del dittatore nazista. Ancora oggi la statua non manca di esprimersi in maniera pungente, nonostante i ripetuti tentativi di metterlo a tacere.

ROMOLO E REMO
(Sono vari gli scrittori che hanno raccontato la storia dei due gemelli)
Vicino le rive del Tevere, in una povera capanna, abitavano un vecchio pastore e sua moglie: Fà ustolo e aurenzia. Una sera Fà ustolo sedeva stanco sulla porta della capanna mentre Laurenzia, preparava lo scarso cibo serale. All’improvviso, dal bosco, s’intese un fruscio, e laggiù, verso il fiume, un’ombra scura scivolಠfino alla riva…
Faùstolo pensಠdi andare a vedere cosa fosse successo, disse alla moglie di aspettarlo e avanzಠcauto verso la riva del Tevere. Per le piogge recenti, il fiume era allagato nei campi ed il terreno era cosparso di larghe pozze di acqua. In una di quelle pozze, ai piedi di un albero, Fà ustolo vide una lupa enorme, sdraiata su un fianco e due bambini che si nutrivano del suo latte. Credeva di sognare. Si ritirಠpian piano, e tornಠalla capanna dove iniziಠa raccontare alla moglie incredula della lupa che allatava i due gemelli poi la prese per un braccio e la trascinಠfuori verso il fiume. Poco dopo i due piccoli trovatelli, riposavano al caldo, nella capanna di Fà ustolo e Laurenzia dove crebbero presto e in pochi anni diventarono due ragazzi forti, un pಠselvaggi ma buoni. Fà ustolo li aveva chiamati Romolo e Remo; ed essi lo rispettavano come un padre, ogni giorno si spingevano più lontano dalla capanna, in cerca di nuove avventure…

Questa la storia dello scrittore Gustavo Brigante Colonna. La leggenda vuole invece che, una volta cresciuti,Romolo e Remo conobbero la loro storia, allora ritornarono ad Albalonga , punirono il crudele Amulio e liberarono il nonno Numitore . Ottenuto, poi, da lui il permesso, lasciarono Albalonga e si recarono sulla riva del Tevere, dove erano cresciuti, per fondare una nuova città . Ma chi dei due le avrebbe dato il nome?
Decisero di osservare il volo degli uccelli: avrebbe dato il nome alla città chi ne avesse visti in maggior numero. La fortuna favorì Romolo , il quale prese un aratro e, sul Colle Palatino , tracciಠun solco per segnare la cinta della città , che da lui fu detta Roma . Era il giorno 21 Aprile, 753 anni prima che nascesse Gesù Cristo. La nascita della nuova città segnà², purtroppo, la fine della vita di Remo. Era stato stabilito che nessuno, per nessuna ragione, poteva passare al di là del solco senza il permesso del capo. Ma Remo, invidioso, oppure per burla, lo oltrepassಠcon un salto e, ridendo, esclamà²: – Guarda com’è facile! – Romolo, pieno d’ira, si scagliಠcontro Remo e, impugnata la spada, lo uccise, esclamando che chiunque avesse offeso il nome di Roma doveva morire. Romolo, rimasto solo, governಠla città in modo saggio, poi un giorno, durante un temporale, egli scomparve, rapito in cielo dal dio Marte.

IL RATTO DELLE SABINE
Una volta creata la città c’era perಠil problema di popolarla: Romolo raccolse i pastori dalle zone circostanti, ma mancavano le donne. Come fare? Pensಠallora di organizzare una festa, alla quale invitಠi Sabini , con mogli e figlie. Mentre il festino si svolgeva fra canti e danze, ad un segnale convenuto, i giovani Romani rapirono le donne sabine e, armati di pugnali, misero in fuga gli uomini. Questi ritornarono, poco tempo dopo, guidati da Tito Tazio, re della tribù sabina dei Curiti, con l’intento di liberare le loro donne e di vendicarsi dell’affronto ricevuto. Una fanciulla, Tarpea, aprì loro le porte della città : ma pagಠimmediatamente il suo gesto con una morte atroce, infatti fu schiacciata dagli scudi dei Romani. Le generazioni future daranno poi il nome di lei alla rupe Tarpea, dalla quale diverrà consuetudine gettare i condannati a morte. Penetrati a Roma, i Sabini si lanciarono contro i guerrieri nemici; ma appena iniziಠla battaglia, le donne intervennero per ottenere un armistizio: molto fanciulle infatti, si erano già affezionate agli sposi romani e non potevano tollerare la vista di quella sanguinosa battaglia nella quale erano coinvolti i loro padri e i loro mariti. La vicenda ebbe così una pacifica conclusione: Romolo e Tito Tazio regnarono in comune sulla città : Sabini e Romani si fusero in un solo popolo. Dal nome della tribù di Tito Tazio, quella dei Curiti, derivಠpoi ai Romani l’appellativo di Quiriti.


ENEA
Circa tremila anni fa alcune navi, che da tempo veleggiavano sui mari in cerca di un approdo, giunsero in vista di una terra sconosciuta. Quegli uomini erano i soli riusciti a fuggire dal terribile incendio con cui, dopo una lunga guerra, era stata distrutta la loro città . Apparivano tristi e stanchi, per anni avevano dovuto vagare sui mari alla vana ricerca di un pಠdi riposo e di un pಠdi pace… Ed ecco ora davanti a loro stendersi una terra dall’aspetto sereno e accogliente. Giunsero in un luogo dove c’era un maestoso fiume che irrompeva in mare mescolando le sue tumultuose acque gialle con le onde azzurre. Così quando il capo diede l’ordine, fu con vero entusiasmo che essi si accinsero a sbarcare…. Gli uomini che finalmente poterono toccare terra erano i Troiani, ed erano sbarcati nel Lazio, sulle rive del fiume Tevere guidati dal valorosissimo guerriero Enea . Egli, mentreTroia crollava sotto il furioso assalto dei Greci , era riuscito a trarre in salvo il proprio padre e il proprio figlioletto. Ma il padre era morto durante il lungo viaggio; gli restava solo il figlioletto Ascanio.

La vita e le imprese di Enea sono narrate meravigliosamente nel poema Eneide , scritto dal grande poetaVirgilio , noi qui riportiamo solo in parte quelli che sono gli episodi più importanti per procedere nel racconto della fondazione di Roma. Già a quei tempi il Lazio era popolato da varie popolazioni: gli Etruschi, i Volsci, i Sabini, gli Equi, i Rùtuli e gli Ausoni. La più importante popolazione, stanziata in un gruppo di città organizzate nel territorio pianeggiante lungo le rive del Tevere, era quella dei Latini. I Troiani vennero subito in contatto con questo popolo e con il loro re, il saggio Latino. Egli li accolse con benevolenza, diede loro ospitalità e, qualche tempo dopo offrì in sposa ad Enea la propria figlia Lavinia già promessa a Turno, re dei Rùtuli che scatenಠuna guerra per vendicare l’offesa ricevuta. Fu una guerra feroce, che si concluse con un lungo duello fra Enea e Turno, finchè quest’ultimo rimase ucciso. Seguì un lungo periodo di pace, durante il quale Enea fondಠuna città , Lavinium, in onore della sposa. Ascanio, il figlio di Enea, diventato grande, fondಠa sua volta la città di Albalonga. Molti e molti anni dopo la morte di Ascanio, divenne re di Albalonga il buon Numitore. Egli aveva, perà², un fratello molto cattivo ed invidioso di nome Amulio, il quale avrebbe voluto regnare. Per raggiungere il suo scopo, fece imprigionare Numitore e costrinse Rea Silvia, la figlia di lui, a farsi sacerdotessa. Amulio poteva, ormai, considerarsi sicuro e tranquillo. Per molti anni, egli solo sarebbe stato il re. Poco tempo dopo perಠil dio Marte mandಠa Rea Silvia due gemelli, Romolo e Remo . Amulio, adirato, ordinಠche essi venissero immediatamente uccisi. Ma era destino che egli dovesse ricevere la giusta punizione! Il servo, incaricato del crudele compito, non ebbe il coraggio di commettere un delitto così grave: pose, invece, i due fratellini in una cesta di vimini e li abbandonಠnelle acque del Tevere, con la speranza che qualcuno li salvasse. E la salvezza non tardಠa venire…

Cosa Vedere

Non c’è turista al mondo che non abbia visitato, o sogni di visitare, la Capitale d’Italia. Roma è una città ricchissima di storia, cultura e testimonianze archeologiche uniche al mondo, per questo è meta di visite da parte di curiosi provenienti da ogni parte del Pianeta.
Limitare a solo 10 voci un elenco di cose da fare a Roma è quasi impensabile. La città eterna offre così tanto, oltre alle attrazioni ed ai monumenti più famosi, che pare quasi un insulto, ma non sempre chi passa per la città eterna ha a disposizione troppo tempo per vedere tutto. Occorre dunque fare una selezione, ecco perché abbiamo selezionato 10 cose assolutamente da non perdere a Roma.

COLOSSEO
Un classico intramontabile, una tappa immancabile di ogni visita a Roma che si può definire tale. Si dice che quando cadrà il Colosseo, anche la città eterna cadrà, portandosi dietro tutto il mondo. Il suo nome originale è Anfiteatro Flavio ed è stato teatro di feroci lotte tra gladiatori e belve, ma anche scenario per simulazioni di battaglie navali. Il Colosseo rappresenta ancora oggi uno dei simboli di Roma, riconosciuto in tutto il mondo.

IL PANTHEON
Altro simbolo di Roma, si presenta al pubblico ornato di una maestosa cupola e del celebre colonnato.
La leggenda narra che proprio qui, quando Romolo morì, un’aquila lo afferrò e lo trasportò in cielo. Come indica il suo nome (Pan = tutti e Theon = divinità) l’edificio è un monumento dedicato a tutte le divinità, fatto costruire dall’imperatore Adriano tra il 118 e il 125 d.C. Da tempio pagano fu convertito a basilica cristiana nel 609, dedicata a Santa Maria ad Martyres. Nel 1870 è divenuto luogo di riposo dei sovrani d’Italia, tra cui Vittorio Emanuele II, Umberto I e Margherita di Savoia. Sepolto al Pantheon c’è anche il grande artista Raffaello Sanzio.

ALTARE DELLA PATRIA
Noto anche con il nome di Vittoriano, si tratta di un monumento costruito per celebrare il re Vittorio Emanuele II, colui che portò a termine l’Unità d’Italia. Durante gli anni del fascismo fu molto spesso teatro delle manifestazioni del regime, ad oggi è diventato simbolo non solo dell’identità nazionale, ma anche di quella artistica e culturale.

PIAZZA NAVONA
Un luogo dove potersi rilassare seduti al tavolino di un bar, circondati da sculture e architetture barocche. Piazza Navona è una delle piazze più apprezzate da turisti e dai cittadini romani e si trova nel luogo dove sorgeva l’antico stadio di Domiziano. Qui infatti, grazie alla forma ovale dello spazio, fino al XIX secolo si organizzavano giochi e manifestazioni sportive.
Presso la piazza è possibile ammirare anche un’opera del Bernini, la Fontana dei Quattro Fiumi, ovvero il Gange, il Danubio, il Rio della Plata e il Nilo. Ognuno di essi è rappresentato da un gigante posizionato su una roccia piramidale su cui si trova anche un obelisco romano.

I MUSEI VATICANI
In questo luogo sono custodite importantissime e preziose opere dell’antichità, di epoca greca e romana, come ad esempio il Lacoonte, l’Apoxyomenos e l’Apollo del Belvedere, ma anche esempi di arte egiziana ed etrusca. I Musei Vaticani sono universalmente noti come uno dei più ricchi e splendidi complessi museali al mondo e comprendono anche una Pinacoteca, con opere di Raffaello, Caravaggio e Leonardo da Vinci.
Non si può non citare la celeberrima Cappella Sistina, risultato del genio di Michelangelo, che ogni giorno accoglie oltre 20.000 visitatori.

BASILICA DI SAN PIETRO
In qualsiasi immagine dello skyline cittadino spicca la cupola della Basilica di San Pietro, progettata da Michelangelo, nonché il suo spettacolare portico colonnato della piazza antistante, realizzato invece dal Bernini. L’edificio rappresenta non solo uno dei più meravigliosi ed importanti esempi di architettura italiana, ma è anche uno dei luoghi simbolo della cristianità. La basilica custodisce anche capolavori di rara bellezza realizzati dai più rilevanti artisti del Rinascimento romano e del barocco, come ad esempio la Pietà di Michelangelo, la Cattedra di S. Pietro e il Baldacchino del Bernini.

PIAZZA DI SPAGNA
Altra tappa imperdibile della Capitale, Piazza di Spagna e la scalinata di Trinità dei Monti rappresentano uno sfondo unico al mondo per sfilate e celebri scene di film. Tra i personaggi celebri che hanno incrociato la loro vita con questo luogo si ricorda, ad esempio, Giuseppe Balsamo detto Cagliostro.
Alchimista ed esoterista, soggiornava presso una delle locande che danno sulla piazza. Si racconta che fu arrestato proprio su questa piazza, ma una leggenda più curiosa narra del fantasma della moglie, che pare si aggiri ancora nella zona. Fu proprio lei che denunciò il marito al Sant’Uffizio!

CAMPO DEI FIORI
Al centro della piazza si erge una statua raffigurante il filosofo Giordano Bruno, che venne arso vivo dall’Inquisizione a causa delle sue teorie e affermazioni giudicate eretiche. Come mai questa piazza ha questo nome? Esistono due storie intorno alla nascita del nome: la prima sostiene che derivi da Flora, una delle amanti dell’Imperatore Pompeo, la seconda sostiene che sia a causa delle piante e dei fiori che ricoprivano la piazza nel XV secolo. Ovviamente ad oggi non si svolgono più esecuzioni e sentenze ma la piazza è teatro della vita frenetica romana, grazie al mercato all’aperto che si svolge la mattina e ai localini che intrattengono giovani e ai turisti durante le ore serali.

FONTANA DI TREVI
Per trovarla è sufficiente riuscire a distinguere il rumore scrosciante dell’acqua tra i rumori della città. Dopo aver percorso un dedalo di stradine si raggiunge la Fontana di Trevi, che è proprio come la si immagina: sfarzosa, affollata, rappresentativa della Dolce Vita. Gettatevi una monetina ed esprimete un desiderio!

TERME DI CARACALLA
È risaputo che i romani amassero le terme e che sfruttavano ogni luogo dove fosse presente una sorgente d’acqua calda. I bagni pubblici erano l’unico “lusso” alla portata di tutti, non solo dei ricchi. Le Terme di Caracalla erano proprio un luogo di questo tipo, frequentato per lo più dal popolo che poteva godersi questi edifici eleganti che si sono conservate pressoché intatte fino ai giorni nostri.

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