Climate Change #WeekForFuture 20-27 Settembre

Climate Change #WeekForFuture 20-27 Settembre

#ClimateChange

L’allarmante analisi dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano ha delineato uno scenario tragico per il nostro pianeta: entro il 2050 il riscaldamento globale supererà i tre gradi centigradi, innescando alterazioni fatali dell’ecosistema globale e colossali migrazioni da almeno un miliardo di persone.

Questa la terribile premessa se tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali non faranno qualcosa per combattere i rischi del climate change, mobilitando tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi.

Se questo non averrà il risultato sarà che nel 2030, come avevano ammonito tredici anni prima gli scienziati Yangyang Xu e Veerabhadran Ramanthan in una pubblicazione scientifica che aveva fatto discutere, le emissioni di anidride carbonica raggiungeranno livelli mai visti negli ultimi due milioni di anni, ed anche se nel ventennio successivo si tenterà di porre rimedio alla situazione, sarà troppo tardi: nel 2050 il riscaldamento globale raggiungerà tre gradi, di cui 2,4 legati alle emissioni e 0,6 al cosiddetto “carbon feedback”, la reazione negativa del pianeta al riscaldamento globale.

L’anno 2050 rappresenterebbe l’inizio della fine. Buona parte degli ecosistemi terrestri collasseranno, dall’Artico all’Amazzonia alla Barriera corallina. Il 35% della superficie terrestre, dove vive il 55% della popolazione mondiale, verrà investita per almeno 20 giorni l’anno da ondate di calore letali. Il 30% della superficie terrestre diventerà arida: Mediterraneo, Asia occidentale, Medio Oriente, Australia interma e sud-ovest degli Stati Uniti diventeranno inabitabili. Una crisi idrica colossale investirà circa due miliardi di persone, mentre l’agricoltura globale imploderà, con i raccolti che crolleranno del 20% e prezzi saliranno alle stelle, portando ad almeno un miliardo di “profughi climatici”. Guerre e carestie potrebbero portare ad una probabile fine della cività umana così come la intendiamo oggi.

Cosa Significa

Solo un romanzo di fantaecologia?

Purtoppo no: quello che abbiamo riassunto qui sopra è uno studio scientifico ben documentato dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano, guidati da David Spratt e Ian Dunlop, dal sinistro titolo “Existential climate-related security risk”.
L’ipotesi dello studio è che esistano rischi di riscaldamento globale non calcolati dagli Accordi di Parigi e in grado di porre “rischi esistenziali” alla civiltà umana. Le ipotesi di climate change delineate nel 2015 dagli Accordi di Parigi, pari a un aumento di tre gradi entro il 2100, non tengono infatti conto del meccanismo di “long term carbon feedback” con cui il pianeta tende ad amplificare i mutamenti climatici in senso negativo, quindi portaando a un ulteriore aumento della temperatura.

Se si tiene conto anche del “carbon feedback”, secondo diverse fonti tra le quali scienziati del calibro di Yangyang Xu e Veerabhadran Ramanathan, esiste un concreto rischio di arrivare a tre gradi di riscaldamento già nel 2050, che salirebbero a cinque gradi entro il 2100. La cività umana non farebbe in tempo a vederli, poiché la maggior parte degli scienziati ritiene che un aumento di quattro gradi distruggerebbe l’ecosistema mondiale portando alla fine della civiltà come la conosciamo oggi. Una china pericolosa in cui, come nota Hans Joachim Schellnhuber del Potsdam Institute, probabilmente «la specie umana in qualche modo sopravviverà, ma distruggeremo tutto quello che abbiamo costruito negli ultimi duemila anni».

Il vero problema, sottolinea lo studio australiano, è rappresentato da alcune “soglie di non ritorno” climatiche come la distruzione delle calotte polari e il conseguente innalzamento del livello del mare. “Soglie di non ritorno” molto pericolose che, una volta oltrepassate, trasformerebbero il climate change in un evento non lineare e difficilmente prevedibile con gli strumenti oggi a disposizione della scienza. Dopo il superamento di quei “punti di non ritorno” il riscaldamento globale si autoalimenterebbe anche senza l’azione dell’uomo, rendendo inutile ogni tardivo tentativo di eliminare le emissioni. Quello della fine della civiltà umana è un rischio minimo ma non assente, sottolinea Ramanathan, che lo stima al 5% («e chi prenderebbe un aereo sapendo che ha il 5% di possibilità di schiantarsi?», nota lo scienziato). È oggi che dobbiamo agire, conclude lo studio: domani potrebbe essere troppo tardi.

#FridaysForFuture

«Sono qui perché penso che possiamo fare la differenza, se ci muoviamo tutti insieme. E dobbiamo iniziare dalle cose di tutti i giorni: meno aria condizionata nelle case, meno auto private, più mezzi pubblici».

Daniela ha 13 anni, ne avrà 43 nel 2050. Per garantirsi un futuro vivibile, venerdì 20, Daniela è scesa in strada, in braccio un cartello con la scritta «Basta negare, è ora di prepararsi», e si è unita alle decine di migliaia di studenti che hanno dato vita alla marcia di New York, Amburgo, Australia, Londra, Los Angeles, San Diego, Indonesia, San Francisco, Norvegia e Parigi.

I ragazzi del movimento #FridaysForFuture si sono dati appuntamento a Foley Square, a pochi passi dalla City Hall, dove il sindaco Bill de Blasio ha diffuso una dichiarazione congiunta con i suoi colleghi di Londra, Parigi, Los Angeles e Copenaghen: «Quando la tua casa è in fiamme, qualcuno deve suonare l’allarme. I giovani nelle nostre città, mostrando incredibile maturità e dignità, stanno facendo la cosa giusta».

Attorno alle 12.30 (ora di New York) il corteo si è messo in moto per un chilometro e mezzo fino a Battery Park. Qui, la marea colorata, punteggiata da cartelli improvvisati, striscioni e bandiere, si è assiepata sotto il palco allestito per ospitare gli interventi di tanti giovani attivisti e hanno aspettato la loro ispiratrice, Greta Thunberg , l’attivista svedese, simbolo di una nuova coscienza ambientalista.

Circa un milione e centomila ragazzi, bambini e adolescenti, hanno saltato le lezioni, con il permesso delle autorità scolastiche di New York (che però hanno negato al personale scolastico la possibilità di partecipare alla manifestazione), in occasione di questo grande sciopero contro il climate change, il più importante dei «Friday for Future» lanciati circa un ano fa da Greta.

La manifestazione è stata organizzata alla vigilia delle giornate contro il surriscaldamento globale, organizzate al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Sabato 21 si apre con il vertice dedicato ai ragazzi: l’Assemblea generale aprirà le porte a una folta delegazione di giovani attivisti. Lunedì 23 toccherà ai capi di Stato e di Governo delle nazioni più decise a contrastare il cambiamento climatico. Dovranno dimostrare di essere all’altezza dei ragazzi, mettendo sul tavolo proposte concrete. «Hanno l’opportunità di fare qualcosa e dovrebbero coglierla. Altrimenti, dovranno vergognarsi», ha ammonito ieri dal palco di Battery Park Greta, che tornerà a far sentire la sua voce il 21 e il 23, dal quartier generale dell’Onu.

L’eco dell’appello di New York è risuonato in 150 Paesi di 7 continenti: uno sciopero senza frontiere. Da Sydney a Berlino, dove Angela Merkel ha lanciato il piano di investimenti “verdi” da 54 miliardi di euro per la Germania. Da Johannesburg a Varsavia, da Islamabad a Kabul, un’intera generazione unita da un obiettivo comune. «Salviamo il nostro mondo», «Non c’è un pianeta B», «Svegliatevi!»: recitano gli slogan che sono rimbalzati da un angolo all’altro del globo.

«Vogliamo quello che è meglio per il pianeta, il climate change – spiega da New York Justin, 20 anni – è stato dimostrato così tante volte che non c’è ragione di negarlo. Per fermarlo servirebbe un cambiamento radicale del sistema, ma credo si debba avere pazienza e procedere gradualmente».

Molte delle promesse finora fatte per ridurre le emissioni di gas serra sono rimaste, però, sulla carta, e gli Stati Uniti di Donald Trump si sfilano dagli Accordi di Parigi del 2015, con i quali i leader mondiali avevano fissato l’obiettivo di ridurre l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, entro la fine del secolo, per poi abbassare l’asticella a 1,5 gradi.

Il traguardo sarà mancato, a meno di scelte più incisive, che, avvisano scienziati e ambientalisti, devono passare anche e soprattutto dall’abbandono dell’utilizzo del carbone (responsabile del 46% dei gas serra), dalla revoca dei sussidi ai combustibili fossili e dallo stop alla deforestazione: secondo un report di Climate Focus, tra il 2014 e il 2018 (e quindi senza tenere conto dei recenti incendi in Amazzonia), ogni anno, il mondo ha perso 26 milioni di ettari di alberi, una superficie pari a quella della Gran Bretagna, con un balzo del 43% rispetto al periodo 2001-2013. Foreste abbattute in primo luogo per far posto ad allevamenti e per la produzione di soia e olio di palma. Mentre le emissioni di gas serra non diminuiscono al ritmo sperato.

Il risultato sono siccità, aumento del livello del mare, inondazioni, tempeste sempre più violente. In altre parole: il caldo record registrato in Europa nell’estate appena passata, quella dello scioglimento drammatico dei ghiacciai in Groenlandia, dei roghi in Africa, Siberia e Amazzonia, dell’uragano Dorian che ha devastato le Bahamas.

Il prezzo più alto lo pagano e lo pagheranno le popolazioni più povere della terra, le meno attrezzate per reagire ai disastri causati dall’inasprimento dei fenomeni meteorologici e dalla scarsità di acqua. Fenomeni che costringono milioni di persone a lasciare i propri villaggi e che, entro il 2030, secondo la Global Commission on Adaptation, potrebbero spingere sotto la soglia della povertà 100 milioni di abitanti dei Paesi in via di sviluppo.

Per questo, il segretario generale delle Nazione Unite, Antonio Guterres, parla di un nuovo apartheid climatico. Mentre Michelle Bachelet, il commissario Onu per i diritti umani, avvisa: il 40% delle guerre civili degli ultimi 60 anni sono state causate dal degrado delle condizioni ambientali. Nel Sahel, la perdita di terreni coltivabili «sta intensificando la competizione per il controllo di risorse alimentari già scarse». Un processo che esaspera le tensioni etniche e alimenta l’instabilità. La minaccia del climate change è anche geopolitica.

#WeekForFuture

2400 eventi in oltre 115 paesi e 1000 città per far sentire la sua pressione sui potenti della Terra.

Questa volta, il movimento Friday for Future organizza un’intera settimana di iniziative, con 2400 eventi in oltre 115 paesi e 1000 città per far sentire la sua pressione sui potenti della Terra

Quella da venerdì 20 a venerdì 27 settembre sarà una settimana bollente dal punto di vista del clima. E non solo per le temperature, ma per le iniziative che i giovani (e non solo) di tutto il mondo intendono condurre per chiedere un’azione rapida contro i cambiamenti climatici. Inoltre, lunedì 23, si terrà anche il summit dell’Onu sul clima a New York. #WeekForFuture, dal 20 al 27, sarà la terza iniziativa globale del movimento di Greta Thunberg, Fridays For Future, dopo gli scioperi del clima del 15 marzo e del 24 maggio, che hanno visto scendere in piazza milioni di ragazzi in tutto il mondo. Questa volta il movimento organizza un’intera settimana di iniziative, con 2400 eventi in oltre 115 paesi e 1000 città.

In Italia, gli scioperi si terranno in varie città venerdì 27 (aggiornamenti sul profilo instagram di @fridaysForFutureItalia).  Si comincia a New York il 20 settembre, con uno sciopero del clima al quale parteciperà la stessa Greta. Durante la settimana si terranno iniziative di vario genere: sit-in, cortei, concerti, assemblee ed eventi come #BellForFuture, #TreesForFuture, #ScientistsForFuture, #ResearchersDesk. Sabato 21 settembre sarà il World Clean Up Day, dove i volontari ripuliranno alcuni luoghi degradati. In Europa, gli attivisti chiederanno simbolicamente ai governi un pagamento di 10 euro all’ora per la rimozione della spazzatura. Domenica 22 settembre sarà la Giornata senza auto (#CarFreeDay) con la manifestazione delle biciclette (#BikeStrikes). Greta Thunberg chiuderà la settimana venerdì 27 settembre, partecipando allo sciopero del clima di Montreal, in Canada.

La #WeekForFuture è stata organizzata volutamente in contemporanea con il summit dell’Onu sul clima, il Climate Action Summit 2019. L’evento raccoglierà capi di Stato e di governo, imprenditori, ong, amministratori locali ed attivisti, per fare il punto sugli sforzi di ciascun stato per combattere la crisi climatica. Per l’Italia parteciperanno il premier, Giuseppe Conte, e il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che proprio oggi ha annunciato a breve un decreto legge sull’emergenza climatica. Fridays For Future ha organizzato la sua settimana in concomitanza con l’evento Onu per far sentire la sua pressione sui potenti della Terra. Ma le due iniziative non sono in contrasto. Sabato 21, il segretario dell’Onu ha organizzato a New York un Summit sul clima per i giovani, al quale parteciperà anche Greta. L’Italia sarà rappresentata da una giovane attivista del movimento, la romana Federica Gasbarro.

A Cura di | Enrico Marra, Gianluca Di Donfrancesco e Beatrice Raso

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